
Il dolore
Il dolore che ferisce di più, quello della morte, Antonio Porchia lo sperimenta nella fanciullezza quando la ferita scava nel profondo e vi si annida: "Il fatto tragico si trova dove c'è profondità e dove non c’è profondità: ma il dolore del fatto tragico si trova soltanto dove c'è profondità".
Una sofferenza remota, appartenente non al singolo ma all'umanità, è contenuta nelle espressioni che alla morte del padre il giovane Antonio sente ripetere per sollecitare la rassegnazione al dolore, frasi ricorrenti, all'epoca, nei paesi del meridione d'Italia, mirate ad affermare la necessità dei patimenti terreni e della morte; lui, adolescente, recepisce quei messaggi come oracoli veritieri che predispongono il suo animo al dolore ineludibile dell' esistenza: "Sì, è necessario soffrire, sia pure invano, per non vivere invano".
Nel mondo occidentale, l'accettazione del dolore ha radici nella concezione degli antichi greci (profondamente attecchita nei territori della Magna Grecia), che lo consideravano una componente inseparabile dalla vita umana, necessario per evitare l'invidia degli dei e le conseguenze disastrose della hybris24. In quest' humus s'innesta l'idea cristiana della sofferenza prospettata come strumento purificatorio e come volere di Dio, quel Dio che mandando il proprio figlio a morire ha dato l'esempio più efficace per accettare il cupo dramma della morte.
Il cordoglio del lutto, subito da Porchia in giovane età, va a costituire una parte della psiche diffondendo ombre lunghe sull'avvenire e disperdendo ogni prospettiva di gioia: "Quando tutto è dolore, importa poco qual è il minor dolore e qual è il maggior dolore"; è un dolore che, effettuando un'opera di trasformazione profonda, annienta parte di chi lo patisce: "Quando morirò, non mi vedrò morire per la prima volta". Intanto, nel corso della vita, sul dolore della morte se ne stratificano altri, poi altri ancora sino a smarrirne le ragioni: "Vi sono dolori che hanno perduto la memoria e non ricordano perché sono dolori", anzi non si sente neppure la necessità di individuare le cause dei patimenti, non potendo incidere sulla legge insopprimibile che ce li impone: "A volte mi sento come fossi in un inferno e non mi lamento. Non trovo di che lamentarmi", né retrocede qualche traccia delle passate piaghe: "Entra una nuova pena e le vecchie pene della casa la ricevono mute, non estinte".
Questo dolore indelebile attraversa l'esistenza in tutta la sua intensità e fa considerare ogni travaglio con indifferenza, come se tutto affogasse nello stesso magma sino alla saturazione, oltre cui non c'è più soglia di percezione: "Quando si lancia qualche dardo per ferirmi, trova la ferita fatta e... non può ferirmi"; "Ormai non bastano al sangue le vecchie ferite. Ed è difficile aprire nuove ferite. E il tuo sangue s'affoga". Paragonate alla morte e alle sue conseguenze, le tribolazioni, che si avvicendano nel corso degli anni, non vengono recepite nella loro gravità: "Davanti a un nuovo dramma, mi domando: questo è il dramma?"; l'indifferenza di fronte ai nuovi mali, però, non basta a svuotarli della drammaticità, che va a rinfocolare il nucleo originario e inestinguibile: "Già nulla è di oggi, nemmeno quello che patisco oggi".
Coloro che non hanno subito una grave perdita in giovane età, che non hanno sperimentato povertà né insicurezze, non essendo abituati al dolore, lo temono: "Il dolore sta sopra, non sotto. E tutti credono che sta sotto. E tutti vogliono salire", e vogliono uscirne appena ne sono toccati, illudendosi che esista una realtà fuori dal dolore: "Se potessi uscire dalle tue pene e uscissi dalle tue pene, sapresti dove andare fuori dalle tue pene ?".
La familiarità con i patimenti crea una convivenza che viene vissuta con la normalità dell'accettazione, mentre dall'esterno la prospettiva delle lacerazioni spaventa: "Il dolore ci sembra crudele. E dove non c'è dolore...ci sembra crudele". Perché il dolore sia accolto senza far male è necessario che raggiunga uno stadio di assuefazione e viva in simbiosi con l'essere: "Il tuo dolore è così grande che non dovrebbe dolerti", o che, a un certo livello, acquisti un effetto di pace, come succede agli asceti, e a chi macerandosi appaga il desiderio catartico e di partecipazione alla passione di Cristo: "Il male debole mi agita; forte mi calma".
Se il martirio svolge una funzione palingenetica, come recita la voce: "Ferire il cuore è crearlo", credere in lui diventa uno dei cardini dell'esistenza: "Il mio ultimo credo è soffrire. E comincio a credere che non soffra". E' questo lo stadio in cui la sofferenza diventa normalità e non fa più male, perciò se ne può avere consapevolezza senza percepirne il pathos: "Sì, soffro sempre, ma solo in alcuni momenti, perché solo in alcuni momenti penso che soffro sempre". …
24 La hybris, nell'antica Grecia, è l'arroganza di andare contro il destino, dietro l'impulso alla libertà e alla felicità che sono privilegi dell' esistenza divina. La hybris caratterizza gli eroi tragici, che ribellandosi alla predeterrninazione de fato trascinano nella rovina anche i loro familiari.
Il dolore che ferisce di più, quello della morte, Antonio Porchia lo sperimenta nella fanciullezza quando la ferita scava nel profondo e vi si annida: "Il fatto tragico si trova dove c'è profondità e dove non c’è profondità: ma il dolore del fatto tragico si trova soltanto dove c'è profondità".
Una sofferenza remota, appartenente non al singolo ma all'umanità, è contenuta nelle espressioni che alla morte del padre il giovane Antonio sente ripetere per sollecitare la rassegnazione al dolore, frasi ricorrenti, all'epoca, nei paesi del meridione d'Italia, mirate ad affermare la necessità dei patimenti terreni e della morte; lui, adolescente, recepisce quei messaggi come oracoli veritieri che predispongono il suo animo al dolore ineludibile dell' esistenza: "Sì, è necessario soffrire, sia pure invano, per non vivere invano".
Nel mondo occidentale, l'accettazione del dolore ha radici nella concezione degli antichi greci (profondamente attecchita nei territori della Magna Grecia), che lo consideravano una componente inseparabile dalla vita umana, necessario per evitare l'invidia degli dei e le conseguenze disastrose della hybris24. In quest' humus s'innesta l'idea cristiana della sofferenza prospettata come strumento purificatorio e come volere di Dio, quel Dio che mandando il proprio figlio a morire ha dato l'esempio più efficace per accettare il cupo dramma della morte.
Il cordoglio del lutto, subito da Porchia in giovane età, va a costituire una parte della psiche diffondendo ombre lunghe sull'avvenire e disperdendo ogni prospettiva di gioia: "Quando tutto è dolore, importa poco qual è il minor dolore e qual è il maggior dolore"; è un dolore che, effettuando un'opera di trasformazione profonda, annienta parte di chi lo patisce: "Quando morirò, non mi vedrò morire per la prima volta". Intanto, nel corso della vita, sul dolore della morte se ne stratificano altri, poi altri ancora sino a smarrirne le ragioni: "Vi sono dolori che hanno perduto la memoria e non ricordano perché sono dolori", anzi non si sente neppure la necessità di individuare le cause dei patimenti, non potendo incidere sulla legge insopprimibile che ce li impone: "A volte mi sento come fossi in un inferno e non mi lamento. Non trovo di che lamentarmi", né retrocede qualche traccia delle passate piaghe: "Entra una nuova pena e le vecchie pene della casa la ricevono mute, non estinte".
Questo dolore indelebile attraversa l'esistenza in tutta la sua intensità e fa considerare ogni travaglio con indifferenza, come se tutto affogasse nello stesso magma sino alla saturazione, oltre cui non c'è più soglia di percezione: "Quando si lancia qualche dardo per ferirmi, trova la ferita fatta e... non può ferirmi"; "Ormai non bastano al sangue le vecchie ferite. Ed è difficile aprire nuove ferite. E il tuo sangue s'affoga". Paragonate alla morte e alle sue conseguenze, le tribolazioni, che si avvicendano nel corso degli anni, non vengono recepite nella loro gravità: "Davanti a un nuovo dramma, mi domando: questo è il dramma?"; l'indifferenza di fronte ai nuovi mali, però, non basta a svuotarli della drammaticità, che va a rinfocolare il nucleo originario e inestinguibile: "Già nulla è di oggi, nemmeno quello che patisco oggi".
Coloro che non hanno subito una grave perdita in giovane età, che non hanno sperimentato povertà né insicurezze, non essendo abituati al dolore, lo temono: "Il dolore sta sopra, non sotto. E tutti credono che sta sotto. E tutti vogliono salire", e vogliono uscirne appena ne sono toccati, illudendosi che esista una realtà fuori dal dolore: "Se potessi uscire dalle tue pene e uscissi dalle tue pene, sapresti dove andare fuori dalle tue pene ?".
La familiarità con i patimenti crea una convivenza che viene vissuta con la normalità dell'accettazione, mentre dall'esterno la prospettiva delle lacerazioni spaventa: "Il dolore ci sembra crudele. E dove non c'è dolore...ci sembra crudele". Perché il dolore sia accolto senza far male è necessario che raggiunga uno stadio di assuefazione e viva in simbiosi con l'essere: "Il tuo dolore è così grande che non dovrebbe dolerti", o che, a un certo livello, acquisti un effetto di pace, come succede agli asceti, e a chi macerandosi appaga il desiderio catartico e di partecipazione alla passione di Cristo: "Il male debole mi agita; forte mi calma".
Se il martirio svolge una funzione palingenetica, come recita la voce: "Ferire il cuore è crearlo", credere in lui diventa uno dei cardini dell'esistenza: "Il mio ultimo credo è soffrire. E comincio a credere che non soffra". E' questo lo stadio in cui la sofferenza diventa normalità e non fa più male, perciò se ne può avere consapevolezza senza percepirne il pathos: "Sì, soffro sempre, ma solo in alcuni momenti, perché solo in alcuni momenti penso che soffro sempre". …
24 La hybris, nell'antica Grecia, è l'arroganza di andare contro il destino, dietro l'impulso alla libertà e alla felicità che sono privilegi dell' esistenza divina. La hybris caratterizza gli eroi tragici, che ribellandosi alla predeterrninazione de fato trascinano nella rovina anche i loro familiari.
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